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Quando ho iniziato a seguire il lavoro della UK Gambling Commission, nei primi anni del mio percorso professionale, era una di quelle organizzazioni di cui nessuno in Italia parlava. Oggi è diventata il riferimento implicito di chiunque, a Roma o a Bruxelles, discuta di regolazione del gioco a distanza. La ragione è semplice: negli ultimi anni il regolatore britannico ha fatto un salto di qualità che pochi altri in Europa hanno saputo fare, e alcuni dei suoi strumenti sono esattamente quelli di cui l’Italia ha bisogno per affrontare le sfide dei prossimi cinque anni.
Dopo dodici anni di analisi comparata, posso dirti con convinzione che non si tratta di copiare un modello straniero acriticamente, ma di riconoscere dove l’esperienza britannica ha anticipato problemi che anche da noi, prima o poi, arriveranno sul tavolo. Te lo racconto con ordine.
Il White Paper del 2023 e la nuova fase regolatoria
Nel 2023 il Regno Unito pubblica il White Paper sul gambling, un documento governativo che ridisegna il quadro regolatorio del settore per la prima volta dal Gambling Act del 2005. Tim Miller, executive director della UK Gambling Commission, ha descritto così il passaggio in un suo intervento: “Con il White Paper del 2023, il Regno Unito è entrato in una nuova fase di regolamentazione, la più ampia dai tempi del Gambling Act del 2005”. Non è retorica burocratica: è l’indicazione di un cambio di paradigma effettivo.
Il White Paper affronta tre temi principali. Primo, la protezione del consumatore attraverso limiti di deposito, verifiche di affordability per i giocatori più attivi, strumenti di autolimitazione potenziati di nuova generazione. Secondo, la compressione dei mercati più problematici e con il maggior potenziale di rischio per il consumatore — tra cui le slot online a puntata elevata e alcuni prodotti di live betting su eventi minori. Terzo, l’attacco sistematico al mercato nero attraverso un potenziamento delle risorse di enforcement e una cooperazione più stretta con provider internet, piattaforme di pagamento e motori di ricerca.
È il terzo punto quello che ha prodotto risultati più tangibili nel breve periodo, e dove l’Italia può guardare con maggiore interesse. Il White Paper non si limita a dichiarare la volontà di combattere l’offshore illegale: mette in piedi un’operatività concreta, con obiettivi misurabili, budget dedicati e responsabilità chiare. Questo è il tratto distintivo del nuovo modello britannico — non la severità delle regole, ma l’infrastruttura operativa che le rende applicabili.
I cease order del 2025: numeri che parlano da soli
Veniamo ai risultati. Tra aprile e dicembre 2025, la UK Gambling Commission ha emesso 592 ordini di cessazione, ha segnalato circa 328.000 URL ai motori di ricerca e ha fatto rimuovere oltre 203.000 link collegati a operatori e contenuti irregolari. Questi numeri meritano di essere letti con attenzione, perché rivelano la dimensione vera dell’operazione.
592 cease order in nove mesi significa più di due al giorno, festivi inclusi. Non sono azioni simboliche: ogni ordine comporta un’istruttoria preliminare, la verifica dei fatti, la notifica formale, e in molti casi una disputa legale. Moltiplicare questa procedura per 592 in nove mesi richiede un’organizzazione operativa imponente, che il regolatore britannico ha costruito proprio per questo scopo.
328.000 URL segnalati ai motori di ricerca rappresentano uno degli strumenti più innovativi dell’enforcement moderno. Non si limita a bloccare l’accesso a un dominio — approccio che si aggira facilmente cambiando indirizzo — ma chiede ai motori di ricerca di non indicizzare più i contenuti collegati, rendendoli di fatto invisibili per l’utente medio che non sa dove cercare. È una forma di “deplatforming” tecnico che riduce drasticamente il traffico verso le pagine irregolari.
I 203.000 link rimossi sono la conseguenza diretta della cooperazione fra regolatore e piattaforme: social media, forum, siti di aggregazione. Ogni link rimosso riduce la capacità di un operatore illegale di acquisire traffico organico, e nel lungo periodo rende economicamente insostenibile l’operazione offshore orientata al mercato britannico.
Per dare un’idea della scala temporale: nove mesi di operatività con questi volumi significano che la Commission ha sviluppato un’infrastruttura procedurale capace di gestire processi paralleli su decine di operatori contemporaneamente, di mantenere documentazione tracciabile per ciascuna azione, di rispondere a eventuali ricorsi legali senza interrompere l’operatività complessiva. Non è un’attività che si improvvisa: richiede team specializzati, processi rodati, sistemi informativi dedicati. Il fatto che il regolatore britannico abbia raggiunto questo livello operativo in pochi anni è il segnale più forte del cambio di paradigma post-White Paper, e una delle ragioni per cui altri regolatori europei guardano oggi al modello UK come a un riferimento implicito anche quando non lo dichiarano apertamente.
La filosofia di fondo è sintetizzata da un’altra frase di Tim Miller: “La protezione dei consumatori va di pari passo con la protezione dei ricavi legali”. Non è una frase banale: è un riconoscimento esplicito del fatto che il mercato nero erode contemporaneamente la sicurezza dei giocatori e la sostenibilità economica degli operatori legali. Proteggere l’uno significa proteggere l’altro, e l’enforcement è lo strumento che tiene insieme entrambe le esigenze.
I 26 milioni di sterline di budget aggiuntivo
Per rendere possibile questo livello di attività, il governo britannico ha stanziato nel Budget di novembre 2025 un pacchetto aggiuntivo di 26 milioni di sterline in tre anni specificamente dedicato al contrasto del gioco illegale. Questa cifra va letta come un investimento, non come un costo: ogni sterlina spesa in enforcement genera, secondo le stime della Commission, un multiplo in termini di ricavi fiscali recuperati e protezione dei consumatori.
Il budget aggiuntivo è destinato principalmente a tre aree. Primo, il potenziamento dell’Intelligence Unit della Commission, che è il team che analizza i flussi finanziari, le strutture societarie e i pattern operativi degli operatori sospetti. Secondo, la cooperazione internazionale con autorità di altri paesi, perché la maggior parte degli operatori illegali che si rivolgono al mercato britannico opera da giurisdizioni offshore che richiedono coordinamento multilaterale. Terzo, lo sviluppo di strumenti tecnologici di monitoring avanzato, basati su intelligenza artificiale e analisi automatizzata di grandi volumi di dati.
La lezione per l’Italia è che l’enforcement efficace non è gratis. Costa risorse, competenze specializzate, strutture dedicate. Un regolatore che vuole davvero contrastare il mercato nero deve avere budget adeguati alla sfida, non solo dichiarazioni di intenti. La Legge di Bilancio 2025 italiana ha confermato l’impianto fiscale del settore ma non ha stanziato risorse straordinarie per l’enforcement, e questo è uno dei punti su cui il confronto con il modello britannico suggerisce di riflettere nei prossimi cicli di programmazione.
Quattro lezioni per l’Italia dal modello britannico
Cerco di tradurre tutto questo in indicazioni specifiche per il contesto italiano, consapevole che le due realtà hanno storie regolatorie, strutture di mercato e quadri giuridici differenti. Le lezioni più trasferibili sono quattro.
Prima lezione: l’enforcement attivo è complementare alla regolazione, non alternativa. Un mercato ben regolato sulla carta, come quello italiano nella sua Fase 2 della riforma ADM con i 46 operatori ammessi e le 52 concessioni novennali, resta vulnerabile se gli operatori irregolari possono continuare a raggiungere gli utenti italiani attraverso canali digitali non sorvegliati. Le buone regole richiedono buona applicazione, e la buona applicazione richiede risorse e strumenti operativi.
Seconda lezione: la cooperazione con le piattaforme digitali è un moltiplicatore dell’efficacia. I motori di ricerca, i social media, i provider di pagamento, i marketplace delle app: sono tutti intermediari attraverso cui un operatore offshore raggiunge il pubblico italiano. Costruire canali strutturati di collaborazione con questi attori — come ha fatto la Commission britannica con risultati misurabili — è una leva enorme che l’Italia ha ancora in parte da sviluppare.
Terza lezione: la comunicazione trasparente dei risultati. La Commission pubblica periodicamente numeri concreti sulle proprie attività di enforcement, rendendoli verificabili dal pubblico e dagli operatori legali. Questa trasparenza rafforza la credibilità del regolatore e rende esplicito il ritorno dell’investimento pubblico in attività di vigilanza. ADM pubblica il Libro Blu annuale con dati di grande qualità statistica, ma la componente specifica sull’enforcement attivo contro l’irregolare merita un potenziamento nel racconto pubblico.
Quarta lezione: la protezione del consumatore come filosofia, non come obbligo formale. Nel modello britannico, gli strumenti di gioco responsabile non sono un requisito minimo da spuntare in conformità, ma una leva strategica per la sostenibilità dell’intero mercato regolato. Il nesso fra protezione del giocatore e sostenibilità commerciale degli operatori legali è esplicito e genera una convergenza di interessi che in Italia, per ragioni storiche, è stata talvolta meno valorizzata. Un giocatore protetto è un giocatore che resta nel sistema più a lungo, che mantiene una relazione più stabile con gli operatori legali, e che contribuisce in modo più sostenibile al gettito del settore. Questa lettura “win-win” della tutela del consumatore è uno dei contributi concettuali più interessanti del modello britannico, ed è quella che meriterebbe maggiore attenzione anche nel dibattito italiano sulla regolazione futura del settore.
L’idea di fondo è che i regolatori moderni stanno spostando il baricentro dalla regola statica all’azione dinamica. Non basta scrivere norme — bisogna farle vivere attraverso un lavoro quotidiano di vigilanza, enforcement, aggiornamento continuo. L’Italia ha gli strumenti normativi per farlo, e la Fase 2 della riforma ADM del 2025 ha rafforzato il perimetro legale. Quello che manca, in prospettiva, è l’accelerazione operativa che il modello britannico offre come riferimento concreto. Il tema si collega direttamente al quadro più ampio della licenza ADM e della riforma concessioni, che è il contesto italiano in cui queste lezioni dovrebbero essere applicate.
