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Licenza ADM e concessione GAD 2026: guida alla Fase 2 · QuotaLab

Come funziona la licenza ADM 2026 per le scommesse calcio: 46 operatori, 52 concessioni, imposta 24,5%. Analisi della riforma italiana con dati ufficiali.

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Perché mi sono messo a studiare la Fase 2 prima di rispondere ai lettori

La prima volta che ho provato a spiegare a un amico la differenza fra un sito di scommesse legale e uno “sicuro perché usato da tanti”, ho capito che la licenza ADM era diventata un’etichetta svuotata. Tutti ne parlavano, pochi sapevano cosa ci fosse dietro. Quando nel novembre 2025 sono arrivate le assegnazioni della Fase 2, quella conversazione è diventata ancora più delicata – perché il perimetro di “sito regolare” è cambiato sul serio.

Ho seguito la riforma da dentro, come chi legge quotidianamente i palinsesti e confronta operatori: i 46 soggetti ammessi non sono un dettaglio burocratico, sono il nuovo recinto entro cui si gioca la partita del calcio scommesse italiano. Chi resta fuori dal recinto non è semplicemente “un’altra opzione con bonus migliori”, è un sito che lo scommettitore deve trattare come un rischio patrimoniale reale. Ne parleremo nel dettaglio più avanti, ma la cornice mentale che voglio trasmettere è questa: la licenza ADM non è più una casella da spuntare, è il criterio numero uno su cui si costruisce tutta la valutazione di un bookmaker.

In questo articolo ricostruisco la riforma Fase 2 come la leggo io dopo dodici anni passati a smontare palinsesti, controllare quote e verificare concessioni. Non ti spiegherò “come vincere” – ti spiegherò cosa significa davvero che un sito abbia una concessione GAD novennale, perché l’imposta al 24,5% sul GGR online cambia la tua quota, e come riconoscere in tre minuti se stai scommettendo in un ambiente controllato dallo Stato italiano.

Da AAMS ad ADM: una storia che nessuno ricorda bene

Ti propongo un piccolo test: se entri adesso in un bar e chiedi a un habitué delle schedine “chi regola le scommesse in Italia”, almeno uno su due ti risponderà “AAMS”. Quel nome, Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, non esiste più dal 2012 – è stato assorbito dentro l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Ma il marchio è rimasto incollato nell’immaginario collettivo perché per quindici anni è stato il riferimento visivo di legalità nei bar, nelle ricevitorie e sulle pagine web.

Il passaggio ad ADM non è stato cosmetico. Ha portato il gioco pubblico dentro una logica fiscale e doganale molto più rigida, con strumenti di monitoraggio che prima erano frammentati. Il risultato si vede nei numeri che ADM pubblica ogni anno dentro il Libro Blu, il documento che io considero il vero atto di fede di chi vuole studiare il mercato italiano: nel 2023 il settore giochi ha generato 11,62 miliardi di euro di gettito erariale, con un incremento del 3,62% rispetto all’anno precedente, e un rapporto vincite-raccolta arrivato all’86%.

Quel rapporto dell’86% ti dice una cosa sola ma importantissima: l’86% di quello che viene giocato torna ai giocatori sotto forma di vincite. Il restante 14% si divide fra margine operatori, costi e gettito erariale. Quando ADM stessa scrive, nella presentazione del Libro Blu, che “nel 2023 il settore giochi conferma il trend positivo già avviato nel 2021, si registra un incremento di tutte le dimensioni di gioco rispetto all’annualità precedente: 8,53% per la raccolta, 9,76% per le vincite, 1,60% per la spesa e 3,62% per l’Erario”, non sta facendo un comunicato stampa – sta documentando che la filiera legale si autoregge sui volumi.

Ricordarsi la storia AAMS-ADM serve a una cosa sola: capire perché oggi “concessione” è una parola che pesa. Non è un’autorizzazione amministrativa comoda, è un rapporto fra lo Stato e un operatore che scambia accesso al mercato con obblighi fiscali, di trasparenza e di tutela del consumatore. La Fase 2 ha rimesso mano proprio a questo rapporto.

Cosa è successo davvero con la Fase 2 del 2025

C’è stato un momento, nella primavera 2025, in cui pensavo che la riforma sarebbe slittata ancora. Si parlava da anni di rinnovo delle concessioni, i bandi venivano prorogati a ripetizione, i vecchi titoli del decreto Bersani 2006 erano ormai dei fossili tecnologici. Poi l’ADM ha pubblicato l’elenco definitivo e mi sono ritrovato a leggere nomi che conoscevo bene e altri molto meno noti al grande pubblico.

La Fase 2 ha portato 46 operatori ammessi con 52 licenze novennali attive da novembre 2025. Il numero è importante perché è un compromesso: non è la liberalizzazione totale che alcuni operatori chiedevano, ma nemmeno la chiusura oligopolistica che i tre-quattro grandi marchi avrebbero preferito. 46 concessionari significano un mercato con concorrenza reale ma anche con una soglia di accesso selettiva.

La durata novennale è il secondo elemento che pesa. Nove anni non sono pochi: sono un orizzonte di pianificazione industriale che permette agli operatori di investire in piattaforme tecnologiche, app mobile e sistemi di monitoraggio senza il panico del rinnovo annuale. Per chi scommette, questo si traduce in stabilità di prodotto: l’operatore con cui apri un conto oggi, se tutto fila, sarà ancora lì con la stessa interfaccia e le stesse regole fra otto anni.

Il terzo tassello è fiscale, e qui la riforma ha mostrato il suo lato più controverso. La Legge di Bilancio 2025 ha fissato l’imposta unica al 24,5% sul GGR per le scommesse online, contro il 20,5% del canale fisico. Quattro punti di differenza sembrano pochi sulla carta, sono tantissimi nell’economia di un bookmaker. Significa che ogni 100 euro di margine lordo trattenuto dall’operatore online, 24,50 euro finiscono direttamente allo Stato prima di qualsiasi altro costo. Significa che il payout che vedi sul tuo schermo è il risultato di un calcolo che parte già mordicchiato dalla fiscalità. Significa anche, paradossalmente, che più il gettito cresce, più lo Stato ha interesse a mantenere vivo il mercato legale – perché le scommesse sul calcio da sole hanno generato 401,6 milioni di euro di gettito erariale nel 2024, un record dal 2006.

Quando uno scommettitore mi chiede perché i bookmaker italiani non possono offrire bonus giganteschi come quelli che vede pubblicizzati su certe piattaforme estere, la risposta è tutta lì: l’aliquota al 24,5% erode il margine di manovra promozionale. Se un operatore non ADM vive in un regime fiscale del 10% o meno, ha semplicemente più cassa da bruciare in bonus. Non è generosità, è matematica fiscale.

Come incide davvero l’imposta del 24,5% sulle tue quote

Ti faccio un esempio concreto perché il 24,5% detto così resta astratto. Immagina una scommessa 1X2 su una partita di Serie A, Juventus-Inter, con probabilità reali stimate (dai modelli dei trader) al 45% casa, 27% pareggio, 28% trasferta. Le quote “giuste” senza margine sarebbero 1/0,45 = 2,22 per l’1, 1/0,27 = 3,70 per la X, 1/0,28 = 3,57 per il 2. Un bookmaker che volesse pagare il 100% di quello che raccoglie, cioè zero margine, offrirebbe esattamente quelle quote.

Nessun operatore lo fa, ovviamente. Si inserisce un margine – il cosiddetto overround – che tipicamente in Italia sul mercato 1X2 di Serie A oscilla fra il 4% e il 7%. Quel margine paga l’infrastruttura, il rischio, i costi di marketing e, dentro, l’imposta. Ecco perché un operatore italiano ADM con tassazione al 24,5% tende a stare sulla fascia alta di quel margine, mentre un sito offshore con fiscalità leggera può permettersi quote più strette.

La conseguenza pratica è che il payout medio delle scommesse sportive online in Italia nel 2024 si è attestato attorno all’89%, con una spesa reale dei giocatori pari a circa 1,6 miliardi di euro. Ottantanove per cento significa che, su 100 euro giocati nel lungo periodo, 89 tornano ai giocatori e 11 restano al sistema – operatore più Stato. Non è un numero da festeggiare ma non è nemmeno uno scandalo: è il costo di giocare dentro un perimetro regolato, con assistenza clienti in italiano, autoesclusione, limiti di deposito e verifica dell’identità. Per approfondire come si confronta nel dettaglio questo parametro fra operatori, ne parlo in modo sistematico dentro la mia analisi sul payout delle scommesse calcio.

Un’ultima cosa sul 24,5%: è una fotografia del 2025-2026, non una costante fisica. La fiscalità del gioco pubblico è una delle leve che i governi toccano più frequentemente, e il settore – con 16,1 miliardi di raccolta solo sul calcio nel 2024, otto volte i 2,1 miliardi del 2006 – è troppo grosso per non essere periodicamente rivisto. Chi scommette seriamente tiene d’occhio la Legge di Bilancio di ogni anno come altri tengono d’occhio i tassi BCE.

Verifica operativa: come controllo io che un bookmaker sia davvero ADM

Il test che faccio in meno di tre minuti

Quando devo valutare un sito di scommesse che non conosco, la sequenza che eseguo è sempre la stessa e non parte dalla homepage. Parte dall’elenco ufficiale dei concessionari pubblicato da ADM. È una lista aggiornata, pubblica, e rappresenta l’unica verità anagrafica che accetto – il resto sono dichiarazioni dell’operatore stesso, che possono essere veritiere o meno.

Il secondo passo è il footer del sito. Un bookmaker regolare ha sempre, in fondo a ogni pagina, il logo ADM, il numero di concessione e l’indicazione dell’età minima (18 anni). Se uno di questi tre elementi manca o è stilizzato in modo strano – un logo a bassa risoluzione, un numero di concessione senza formato standard – alzo le antenne. Non è ancora una condanna, ma è un segnale.

Il terzo passo è il cross-check: prendo il numero di concessione che vedo nel footer e lo cerco nell’elenco ADM. Se corrispondono nome operatore e numero, siamo in regola. Se non corrispondono, o se il numero non esiste proprio, fine della verifica – non proseguo nemmeno a valutare il palinsesto. Questo cross-check è il cuore del metodo, ed è quello che io applico sempre prima ancora di guardare quote, palinsesto o promozioni.

Un quarto controllo che faccio, meno citato ma importante, è sull’intestazione legale nei termini e condizioni. Ogni operatore ADM deve dichiarare la ragione sociale, la sede legale (che può essere all’estero, purché il concessionario sia censito in Italia) e il riferimento normativo sotto cui opera. Termini e condizioni scritti in italiano scadente, pieni di traduzioni automatiche, sono un segnale rosso: un concessionario serio ha un ufficio legale che cura ogni parola di quei documenti.

Il palinsesto ufficiale: cosa è e perché non è un dettaglio

Qualche anno fa un lettore mi chiese perché la sua scommessa su una partita di campionato asiatico era stata annullata nonostante il sito la offrisse apparentemente fino al fischio d’inizio. La risposta stava nel palinsesto ufficiale ADM – un concetto che pochissimi scommettitori italiani conoscono ma che governa ogni singola quota che vedi su un bookmaker regolare.

Il palinsesto ufficiale è la lista degli eventi sportivi che ADM autorizza i concessionari a offrire come scommessa. Non tutti gli eventi del mondo sono dentro quel palinsesto. Per entrare, un evento deve essere organizzato da federazioni riconosciute, avere risultati ufficiali pubblicati e rispettare criteri di integrità sportiva. La Serie A ci sta dentro tutta, la Champions League idem, Premier League e Bundesliga anche. Ma quando si scende in leghe minori o in competizioni amichevoli, le cose si complicano.

Il palinsesto ufficiale è anche il motivo per cui il calcio domina il mercato italiano in modo schiacciante. Le scommesse sul calcio hanno rappresentato nel 2023 il 96,79% del gettito erariale attribuibile al comparto scommesse, e il calcio da solo vale il 6,54% di tutto il gettito pubblico dei giochi. Questi numeri del Libro Blu non sono un caso: sono il risultato di un palinsesto ampio, ricco, regolato, con volumi che creano liquidità e liquidità che genera quote competitive. In Serie A circola da sola una raccolta annuale di circa 3 miliardi di euro, partendo dagli 807 milioni del 2012 – una crescita quasi quadrupla in poco più di un decennio.

Per chi scommette, la conseguenza è semplice: se un evento è dentro il palinsesto ADM, la tua puntata ha tutela giuridica italiana. Se non lo è, quell’evento non si gioca sul mercato italiano legale – punto. Gli operatori ADM non possono inventarselo, e quelli non-ADM che te lo offrono ti stanno vendendo qualcosa di cui lo Stato italiano non garantisce nulla.

Sanzioni, blacklist e la battaglia contro gli operatori irregolari

C’è una frase di Tim Miller, uno degli executive director della UK Gambling Commission, che mi ha fatto fermare quando l’ho letta: “La protezione dei consumatori va di pari passo con la protezione dei ricavi legali”. Non è retorica. È la constatazione che un mercato nero che cresce non ruba solo gettito fiscale, ruba anche tutele. E il mercato nero, in Europa, è tornato a essere un problema serio.

Nei Paesi Bassi, tanto per dare un riferimento, il mercato legale delle scommesse rappresenta oggi solo il 49% del GGR – la metà restante è finita a operatori offshore non autorizzati dal Kansspelautoriteit. È un caso limite, ma fa scuola. L’Italia non è nella stessa situazione, ma l’ADM ha intensificato l’azione di contrasto ai siti irregolari proprio per non finirci.

Lo strumento principale è la blacklist: un elenco di URL di operatori senza concessione italiana che devono essere bloccati dai provider di connettività nazionali. Quando digiti l’indirizzo di un bookmaker blacklistato, la pagina semplicemente non si carica – ricevi un avviso di blocco. Non è un meccanismo infallibile (VPN, mirror, nuovi domini girano in continuazione), ma è un argine che funziona sulla stragrande maggioranza degli utenti casuali.

Il confronto con la UK Gambling Commission è istruttivo anche sui numeri. Fra aprile e dicembre 2025 il regolatore britannico ha emesso 592 cease order, ha segnalato circa 328.000 URL ai motori di ricerca e ha ottenuto la rimozione di oltre 203.000 link. Il governo britannico ha stanziato 26 milioni di sterline in tre anni proprio per potenziare questa linea d’azione. Sono cifre che in Italia non si raggiungono, ma la direzione è la stessa: rendere fisicamente più difficile raggiungere l’offerta irregolare.

Per lo scommettitore, la regola pratica è che un sito bloccato dal tuo provider non è “un sito che non funziona” ma un operatore che lo Stato italiano ha deciso di non riconoscere. Forzarne l’accesso con strumenti tecnici non è impossibile, ma ti mette in un territorio in cui ogni tutela – rimborsi, reclami, protezione del conto – smette di esistere.

Cosa cambia concretamente per chi scommette nel 2026

Facciamo un bilancio pratico, perché tutta la parte normativa serve a poco se non si traduce in decisioni quotidiane. Dopo la Fase 2, scegliere dove aprire un conto è diventato simultaneamente più semplice e più importante. Più semplice perché l’elenco di 46 operatori ammessi è finito, conosciuto, non cambierà ogni tre mesi. Più importante perché chi resta fuori da quell’elenco deve essere trattato come un operatore fuori dal perimetro italiano.

Il primo cambiamento concreto che ho notato è nella qualità media delle piattaforme. Con nove anni di concessione davanti, gli operatori stanno investendo seriamente in tecnologia live, nelle app mobile e nei sistemi di monitoraggio del gioco responsabile. Non è filantropia: è la logica di chi ha un orizzonte industriale lungo e sa che la compliance costa meno se integrata nel prodotto fin dall’inizio.

Il secondo cambiamento riguarda la distribuzione di mercato. A maggio 2025, la quota di mercato sulla spesa scommesse sportive vedeva Lottomatica al 35,5%, Sisal al 15,6%, Snaitech al 14,4% ed Eurobet all’11,3%. Quattro operatori che da soli coprono oltre il 76% del mercato. La Fase 2 non ha cambiato radicalmente questi equilibri, ma ha reso possibile a operatori di medie dimensioni (Goldbet, Bet365, AdmiralBet, Planetwin e altri) di giocare una partita di posizionamento più aggressiva sulla qualità delle quote e sui palinsesti specializzati.

Il terzo cambiamento è quello che mi interessa di più come analista: il sistema italiano ha consolidato un modello in cui il settore del gioco viene descritto – dalle stesse istituzioni che lo regolano – come “maturo e consolidato”, in grado di contribuire “al raggiungimento degli obiettivi di interesse pubblico alla base del meccanismo concessorio”. È un linguaggio che dieci anni fa non si sentiva. Significa che il regolatore non vede più il gioco pubblico come un’emergenza sociale da contenere, ma come un settore industriale da dirigere. La differenza non è filosofica: cambia il modo in cui vengono scritte le regole, i controlli e i rapporti con gli operatori.

Per te, scommettitore nel 2026, tutto questo significa una cosa: l’etichetta “ADM” non è più solo una garanzia legale, è anche un indicatore di qualità tecnica e di stabilità. Scegliere un sito fuori da quel perimetro oggi non significa solo rischiare sul piano legale, significa rinunciare a un ecosistema che – bene o male – è uno dei più regolati d’Europa.

Le domande che mi arrivano più spesso sulla licenza ADM

Prima di chiudere, raccolgo qui le tre domande che ricevo in continuazione via email e nei commenti sotto le analisi. Sono quelle che, quando fai una verifica di licenza per la prima volta, ti fanno capire che la riforma non è stata solo un adempimento burocratico.

Chi sono i 46 operatori ammessi alla Fase 2 ADM?

Sono le società che hanno ottenuto una delle 52 licenze novennali attive da novembre 2025. L"elenco include i grandi marchi storici del mercato italiano (Lottomatica, Sisal, Snaitech, Eurobet) insieme a operatori internazionali con presenza strutturata in Italia e concessionari di dimensioni medie. La lista ufficiale è pubblicata e aggiornata da ADM stessa sul proprio portale istituzionale, ed è l"unica fonte che io considero valida per verificare l"appartenenza di un operatore al nuovo regime.

Quanto costa oggi una concessione GAD novennale?

Il costo di accesso include una fee di partecipazione alla gara, garanzie patrimoniali e requisiti di capitale sociale che in totale mettono l"asticella molto in alto per i nuovi entranti. È questa soglia economica, più che la durata in sé, a spiegare perché il numero di concessionari resta contenuto: un operatore serio deve dimostrare solidità finanziaria per nove anni di attività e capacità tecnica per gestire volumi significativi di raccolta e gettito.

Cosa rischia chi scommette su un sito non ADM?

Il rischio principale non è penale per il giocatore, che in linea generale non viene perseguito per l"atto di giocare in sé. Il rischio è patrimoniale e di tutela: nessuna autorità italiana può intervenire su un contenzioso, il saldo sul conto non è garantito, l"autoesclusione non funziona sui sistemi ADM, e le vincite possono essere bloccate o non pagate senza alcun rimedio efficace. A questo si aggiungono profili fiscali specifici che approfondisco in un articolo dedicato.

La Fase 2 letta con gli occhi del 2026

Ripensando a tutto quello che ho scritto fin qui, il messaggio che voglio lasciarti è uno solo: la licenza ADM nel 2026 non è più un’opzione fra tante, è la linea che separa due mondi diversi. Da una parte c’è un ecosistema con 46 operatori, 52 concessioni novennali, imposta al 24,5% sul GGR online, palinsesto ufficiale, blacklist, strumenti di gioco responsabile obbligatori e un regolatore che pubblica ogni anno il Libro Blu con i numeri reali del settore. Dall’altra c’è il resto – che può essere un ottimo servizio o una fregatura totale, ma non ha garanzie italiane.

La Fase 2 ha reso questa distinzione più netta, non più sfumata. Per chi scommette seriamente, sapere leggere una concessione GAD non è un vezzo da nerd normativo: è lo stesso gesto di chi, prima di firmare un mutuo, controlla il tasso effettivo globale. Non ti fa vincere più soldi, ma ti permette di giocare sapendo esattamente dentro quali regole stai.